Come è cambiata la comunicazione – incontro con Jeremy Rifkin

Capitolo 1

Come è cambiata la comunicazione?

Dicono che la comunicazione prima di Internet e degli smarthphone era molto più selettiva: non si comunicava con molte persone, però le poche con cui si parlava, si faceva una chiacchierata di qualità. Non che ora non si facciano, però si tende ad usare il telefono per dire qualsiasi cosa, quindi si può dire che la comunicazione è decisamente cambiata. Adesso usiamo per lo più Whatsapp ed è vero che lo usiamo, non per dire solo le cose essenziali, ma anche per farci compagnia durante il giorno, e sembra quasi impossibile anche solo pensare che una persona non entri in contatto virtuale con qualcuno nell’arco di un giorno intero. È un messaggiare frenetico che distoglie dalla realtà in cui siamo nel momento in cui messaggiamo, ma non è solo colpa di Whatsapp, esistono applicazioni come Facebook o Instagram che tendono a isolarci molto. Su questo argomento si è soffermato molto spesso Jeremy Rifkin, filosofo americano che ama studiare l’impatto che gli studi scientifici e tecnologici hanno sulla economia, sulla società e sull’ambiente. L’uomo giusto per noi.

Rifkin si lamenta dell’uso del cellulare da parte della massa[1]. Una massa che supera i 5 miliardi di persone[2]. Nel mondo siamo più di 7 miliardi, ciò significa che qualcuno non ce l’ha. È una massa che esclude l’altra: i due terzi che possono permettersi di pagare l’accesso e il rimanente che a malapena si paga il cibo per mangiare. Ma le persone che possiedono uno smarthphone o addirittura due o che sono dentro il mondo della tecnologia più moderna e sono sempre più aggiornati, rischiano severamente di andare in contro a situazioni gravi che secondo Rifking potrebbero essere senza ritorno. L’uso della tecnologia, lo smarthphone specialmente, porta all’isolamento poiché quando lo si usa, per esempio al bar con gli amici o a tavola con i parenti, si tende a non ascoltare gli altri. Con la mancanza di comunicazione e di interazione con le persone nel mondo reale, quindi senza la comunicazione diretta, vi è una calo della creatività perché siamo in stretto contatto con uno schermo[3] che non ha espressioni facciali, non ha un tono di voce, e non ha uno corpo, calore, movimenti, gestualità. Tutto ciò impoverisce la nostra mente clamorosamente. Questo avviene soprattuto quando l’uso del telefono è troppo frequente, quasi patologico. Il profilo di una persona normale e sana, sa riconoscere perfettamente quando è il momento di stare in compagnia delle persone reali, e quando può utilizzare il telefono e rispondere alle persone virtuali. Il tutto sta nella capacità di capire il grado di importanza della situazione. Quindi la teoria di Rifkin è giusto applicarla quando ci sono persone che affrontano determinate forme di disagio a partire da sempre, come persone che hanno sempre avuto problemi sociali, o casi di timidezza insormontabili, o magari qualcuno sta al telefono a tavola con i familiari semplicemente perché ha una situazione familiare che non le piace e per scappare da questa situazione, usa il telefono e si isola. La teoria esposta da Rifkin ha per me senso solo se applicata su casi specifici. Questi casi di fronte ad una tecnologia così potente, in realtà non sanno come usarla semplicemente perché vedono in quella teconlogia uno schermo protettore che fa da filtro alle troppe emozioni, gradite o non gradite. A volte si arriva a punti che sembrano quasi di non ritorno come quando si sviluppa la “nomofobia”, ovvero “no-mobile-phone” più la parola “phobia”. È la patologia del secolo di cui molti soffrono; i suoi effetti principali sono quelli di provare ansia, dolori al petto, attacchi di panico e tante altre cose spiacevoli qualora il telefono dovesse spegnersi, o non dovesse avere credito o peggio ancora, qualora il telefono dovesse andare perduto[4]. Molti studi dicono che questa patologia è uguale alla dipendenza da droghe e da alcool[5]. Ciò significa che, come tutte le dipendenze, anche questa si scatena perché c’è una certa predisposizione per via dello status sociale, di problemi personali, o anche lo stress. Come in tutte le cose, io dico che l’adulto deve insegnare al bambino l’utilizzo equilibrato della tecnologia, considerato che le nuove generazioni stanno nascendo già con il telefono in mano. C’è bisogno di una educazione innovativa per i “nativi”. Insegnare ai bambini non solo l’uso e non l’abuso della tecnologia, ma anche a vivere nella società. Perché questo problema della nomofobia ha portato a galla una questione che tutt’ora viene trascurata, ovvero la sensibilità delle persone e di quanto possano essere comuni i problemi sociali e di quanto possono essere deboli gli esseri umani. La percentuale è molto alta, talmente alta che può essere arrivato il momento giusto di reagire con una buona istruzione ed educazione all’elettronico.

1.1 La creatività

Rifkin ha anche detto che attraverso l’uso del telefono vi è anche una perdita clamorosa della creatività. Su questo non sono per niente d’accordo. Semplicemente il concetto di creatività sta subendo una trasformazione. Più che la creatività in sé, è l’ispirazione che viene trovata in un altro posto. Prima si scolpivano statue che riproducevano miti d’amore, si scrivevano frasi e poesie per una donna o per una battaglia, una terra lontana, ecc. Tutt’oggi funziona così, nulla è cambiato. L’amore è un sentimento impossibile da eliminare, come disse il caro vecchio Dante, l’amore “move il sole e l’altre stelle”[6]. Semplicemente l’ispirazione si trova anche grazie a internet e alla tecnologia perché tutto il mondo condivide le proprie opere d’arte in qualsiasi social, perciò l’arte è accessibile a tutti. Internet ci ha permesso di essere informati sull’arte di qualsiasi parte del mondo in pochi secondi, e quindi di conoscere e identificarsi in qualsiasi corrente. Non solo ma esistono correnti artistiche che fanno parte solo del web come la “net.art”. Quasi sta sparendo la divisione delle correnti artistiche per via territoriale, perché se due persone che vivono in parti opposte del mondo, si identificano per stile o per idee in una stessa corrente artistica, la possono creare e chiunque può parteciparvi e sarà una corrente che non si localizza una zona dell’Europa, per esempio, bensì tutto il mondo. Morale della favola, anche internet, oltre alla vita reale è motore della creatività e dell’ispirazione. E se poi la creatività si sfoga su un materiale fisico e non solo digitale, possiamo dire che in questo caso internet aiuta a sfogare il lato reale di se stessi donando all’artista appagamento, soddisfazione ed enfasi della creatività, e magari all’umanità intera una scultura in più da ammirare nelle piazze.

[1] Jeremy, Rifkin, L’era dell’accesso: la rivoluzione della New Economy, Oscar Mondadori, Milano 2009.

[2] 7,5 miliardi: nel mondo ci sono più sim che persone, in “wired.it”, https://www.wired.it/mobile

/smartphone/2017/03/01/sim-ericsson-report/, (consultato il 19 marzo 2018).

[3] Jeremy, Rifkin, L’era dell’accesso: la rivoluzione della New Economy, Oscar Mondadori, Milano 2009.

[4] Nomofobia, in “ESC, diagnosi e cura dalle dipendenze da internet”, http://www.escteam.net/nomofobia/, (consultato il 19 marzo 2018).

[5] Amanda Arena, Nomofobia: quando la dipendenza da smarthphone diventa patologica, in “L’indro”, 30 novembre 2017, http://www.lindro.it/nomofobia-quando-la-dipendenza-da-smartphone-diventa-patologica/, (consultato il 19 marzo 2018).

[6] Dante Alighieri, Divina Commedia, Foligno, 1472.

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