Non esiste più la musica di una volta!

C’è gente che crede che la musica sia morta. I grandi nostalgici dei vecchi tempi non fanno altro che dire ai giovani che la musica di adesso fa schifo, non ci sono più i miti di una volta. Non preoccupatevi, non è una cosa che succede oggi, è una cosa che va avanti da sempre, da quando l’uomo esiste. Fa parte della nostra storia e della nostra natura ed è giusto che continui a essere così. I giovani spesso rispondono che gli intramontabili dei loro tempi, vengono ancora ascoltati ma con la giusta misura: vengono adorati e studiati, ma ad un certo punto si alza lo sguardo e si mira verso un orizzonte nuovo, una nuova alba che può essere più o meno bella. Parlando di nuovi orizzonti, d’altronde anche i Beatles erano criticati ai loro inizi, c’è voluto un po’ di tempo prima che venissero accettati senza critiche.

Quello che però sta succedendo è che è da venti anni, più o meno, che non si presentano degli artisti musicali definibili “intramontabili”, ovvero quel tipo di musica che non ti stanchi mai di ascoltare, che ogni volta che l’ascolti, non trovi un difetto e ti ritrovi a canticchiare la canzone per settimane intere. Cosa è cambiato nel mondo della musica?

Sono cambiate tante cose, come il campo tecnologico e quindi il tipo di distribuzione che si applica ai prodotti musicali, nel mondo dell’arte è stata annunciata la sua seconda morte, ma in realtà risulta essere più viva che mai e quindi è nata la pluralità dell’arte, la velocità della storia è molto più rapida e quindi si tende a stancarsi molto presto di qualsiasi cosa, etc.

L’industria musicale

L’industria musicale è totalmente cambiata, specialmente negli ultimi venti anni in cui si sono sviluppate le tecnologie più sofisticate. Queste tecnologie hanno cambiato il modo di vedere e di vivere il mondo tanto che si può pensare che la storia abbia subito un cambiamento radicale nel momento in cui la prima tecnologia è entrata nelle case di tutti. Volendo possiamo chiamare questa fase storica con un altro modo, ma molto probabilmente ci penseranno le persone che verranno dopo di noi a dargli un nome adeguato.

Cosa succede nel mondo di questa tecnologia superavanzata?

Innanzi tutto, prima, tra un nuova hit e l’altra, passava molto tempo prima che il nuovo successo raggiungesse tutte le case di questo mondo. Si, c’era la televisione, ma non era presente come adesso; c’era la radio che veniva ascoltata in quasi tutti i negozi, quindi chi entrava sentiva la nuova canzone, ma se volevi essere sempre al passo con le novità, dovevi fare una tappa settimanale nel negozio di dischi o di cassette audio. Informarsi non era così facile come adesso. Cosa causava questo rallentamento dell’informazione? Causava una permanenza maggiore della canzone ormai divenuta famosa. Per esempio, quest’ultima veniva diffusa nelle radio per molto più tempo rispetto ad oggi. Semplicemente perché non si poteva produrre la stessa mole di musica che si produce oggi, quindi il giro di mercato era più piccolo, di conseguenza durava di più o meglio, lo si faceva durare di più. Adesso le canzoni si possono produrre a casa, basta un computer, magari delle cuffie buone, e il gioco è fatto. Con la produzione di massa che c’è adesso, il mercato è sempre più veloce perché ha sempre più cose da offrire alle persone che sono varie, hanno tanti gusti musicali, a ognuno il proprio, quindi ognuno può scegliere quello che vuole di conseguenza non si è limitati a dover ascoltare le solite 10 canzoni che la radio e la tv ti propongono di ascoltare.

Se i Guns N’Roses (come i Queen, Nirvana e tanti altri, non vi agitate) fossero nati adesso, sicuramente avrebbero avuto un grande successo, tutti li avrebbero ascoltati, ma qualcuno, che non si sente in linea con quel genere di musica, avrebbe distolto le orecchie e avrebbe ascoltato qualcos altro. Questo succede per due motivi: l’esistenza della tecnologia quindi la possibilità di poter ascoltare qualsiasi genere di musica, ovunque io sia, in un nano secondo, e perché mi piace più un genere piuttosto che un altro; e poi perché, anche di conseguenza al primo motivo, esiste una cosa magnifica, che ha caratterizzato la nostra epoca così rapida e personalizzabile: la pluralità.

La pluralità della musica

La pluralità della musica è una cosa bellissima. Questo termine si accostò sull’arte qualche decennio fa, quando la tecnologia stava iniziando a prendere una forma molto interessante. La pluralità dell’arte è semplicemente il concetto per cui si può definire arte, ormai, qualsiasi cosa. Non deve essere per forza una scultura, per essere arte. La bellezza della pluralità dell’arte è che puoi trovare la bellezza artistica in qualsiasi cosa. Questo concetto lo si può applicare pure nella musica. La musica è vastissima, ormai. Ci sono generi che non conosci, che magari hai sempre desiderato. Esistono sempre i generi principali come il Rock, il Blues, Pop, Indie, Metal, Funk, Country, ma esistono delle sottocategorie che si sono sviluppate solo da poco, che non sono conosciute, come la Jump Up, la Vaporwave e la Ninja. Le hai mai sentite?

A differenza dell’arte figurativa, però, la musica ha un giro commerciale molto più ampio e potente. Per questo motivo si è verificato un fenomeno che ci allontana dalla visione splendida della pluralità: si sono formate due categorie musicali, se pur molto generiche: la musica come arte e la musica di uso commerciale. È semplice capire che una è la musica eterna nei tempi e l’altra è la musica che viene prodotta soprattutto per scopi commerciali, per guadagnare soldi. È proprio la musica commerciale che ha dato vita a tutti questi generi musicali nuovi .

La musica come estetica, come arte, ha una pretesa molto potente nei confronti della composizione, della struttura della canzone, dell’ascolto, della esecuzione del brano. Dovrebbe essere questa la questione che la distingue dalla musica commerciale che tende a soddisfare gli stessi schemi compositivi che diventano standard e ripetuti sino allo sfinimento del nuovo genere creato. Ed è per questo che la musica estetica risulta essere molto rara da trovare.

In tutta questa moltitudine di musica e di generi, è difficile incontrare qualcosa “di qualità” e soprattutto è difficile riconoscerla perché attualmente, con tutta questa pluralità, si sta perdendo la mappa, l’albero genealogico dei generi musicali che si mischiano tra di loro.

Qual è la soluzione?

Come suggerisce Lorenzo Bianconi, sarebbe utile se si studiasse, guidati da qualche esperto, la musica come si presenta oggi. Creare così una cultura plurale della musica, in modo tale da fare chiarezza e evitare di generare persone che tendono a isolare, allontanare e dividere. Essere educati a saper giudicare con distacco, con un’analisi corretta delle cose.[1] In questo modo saremmo capaci di riconoscere la musica di qualità del genere che vogliamo noi, rendendo eterni questi artisti per le persone come noi. Attualmente c’è solo una grande confusione, una nube dentro cui vaghiamo e gli artisti sono coperti da masse bianche leggere.

Noi ci viviamo dentro, ma non lo abbiamo ancora conosciuto veramente: il pluralismo ci spaventa, perché è nuovo, ma contemporaneamente lo rivendichiamo. Rivendicando il nostro, allontaniamo quello dell’altro, ma in realtà, non abbiamo capito che questo pluralismo è bello proprio perché tutti possiamo essere primi dentro il proprio mondo fatto di gusti ben precisi.

“il pluralismo combatte la monocultura: l’effettica monocultura del rock e del pop oggi come la presunta monocultura di Bach Beethoven Brahms ieri; ma prende sul serio sia il R&P sia Bach Beethoven Brahms, valorizzando nel contempo i territori che non s’identificano né nel R&P né nelle grandi B.”[2]

In questa frase, Lorenzo Bianconi spiega perfettamente cosa è la musica plurale. Grazie alla pluralità possiamo godere di tutte le sfaccettature della musica in tutti i suoi campi, dando la possibilità ad ognuno di noi di creare e costruire un proprio mondo in cui ci sono i propri idoli e i propri re, ovvero a me piace l’Indie, mi costruisco un mondo fatto di musica Indie e saprò riconoscere l’artista che vale la pena definire tale e farne un idolo.

Quindi ricordatevi questa parola che a me piace molto: la pluralità! Grazie a lei, ognuno di noi può personalizzare il proprio mondo e si può finalmente dire “il mondo è bello perché è vario”.

Per quanto riguarda i nostalgici, invece, devono accettare il fatto che sarà molto difficile riconoscere dei re assoluti, ovvero dei re di un genere musicale che governano persino sugli altri generi. I tempi cambiano, si evolvono.

A ognuno il proprio re del proprio mondo.

[1] Lorenzo Bianconi, La musica al plurale, LMI 2008;

[2] Lorenzo Bianconi, La musica al plurale, LMI 2008;

Mi presento.

Mi presento

Sono emozionata, non so come iniziare. Di solito scrivo a me stessa anche se parlo dando del “voi” o dando del “tu”. Stavolta mi ritrovo a scrivere a un pubblico infinito, o almeno limitato a chi parla italiano.

Ho deciso di aprire questo sito per poter condividere con altre persone delle curiosità sul mondo, delle cose che fanno pensare. Argomenti che a volte sarebbero più facilmente affrontabili quando il livello di THC nel sangue, è talmente elevato da andare oltre alle solite velocità neuronali. A volte ci saranno anche pensieri miei, riflessioni quasi da diario, ed è probabile che presto verrà aggiunta una sezione in più su questo. Tranquilli, non vi parlerò delle mie delusioni d’amore o di cosa ho fatto con il mio cane. Semplicemente se ho delle riflessioni da fare in formato poesia, racconto, dipinto, lo posterò. È un modo di riflettere alternativo, ma a volte efficace.

Ho sempre trovato grandi difficoltà nel tenermi dentro tutti i collegamenti mentali che faccio quando si nomina una parola o un argomento interessante. Ho sempre resistito e ho sempre ascoltato gli altri rimanendo zitta, ma giunta a questa età ho deciso che anche io ho bisogno e ho il diritto di essere ascoltata nei miei deliri mentali, ironicamente parlando. Dicono che scrivo bene…me lo dicono da quando ero piccolina, quindi perché non unire queste due fasi di me? Quello che troverete dentro questo blog sono i miei collegamenti mentali nella loro semplicità. Quindi chiedo scusa se molte volte gli articoli non sono del tutto scientifici o con bibliografia e purtroppo sarà pieno di pareri della sottoscritta.

Mi piacerebbe molto trovare, attraverso questo blog, persone come me, che amano dire e fare cose particolari, ma contemporaneamente mi piacerebbe trovare persone che abbiano un’opinione propria (d’altronde è proprio questo lo scopo del sito) e che me lo faccia sapere nei commenti o via e-mail. Magari avviamo una discussione educata e interessante ai fini del confronto. Magari un giorno collaboreremo insieme, oppure no. Magari un giorno ci incontreremo e ne parleremo dal vivo. Vediamo come si evolve la cosa.

Non voglio dare troppe informazioni su di me per evitare di condizionarvi, ma se avete il piacere di contattarmi, chiedermi di affrontare un argomento in particolare, avete bisogno di sviluppare qualche idea su una tesi, un elaborato e siete nel panico.. qualsiasi cosa, non abbiate paura di scrivermi. Ne sarei felice.

Questo sito non è staccato e lontano da chi lo visita, anzi. Vuole avvicinare le persone.

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La dipendenza da internet e le soluzioni

Capitolo 5

La dipendenza

1.1 Definizione di “dipendenza”.

In che momento si può parlare di dipendenza? Sicuramente non quando per strada vediamo le persone con un telefono in mano. Sbagliamo di grosso se generalizziamo troppo su qualsiasi persona che incontriamo. Magari la persona davanti a noi che ha il telefono in mano in quel momento, sta controllando il telefono dopo 5 ore di lavoro no stop disconnesso dal mondo intero. Ci sono tanti casi che si possono analizzare e prima di giudicare è meglio se pensiamo all’alternativa.

1.2 I sintomi.

Una persona arriva al punto di essere dipendente dalla tecnologia nel momeno in cui non esce più dalla sua stanza perché sta molte ore su Facebook, o quando sta a tavola con i genitori non alza lo sguardo dal telefonino perché non riesce a smettere di guardare Instagram, ecc. Quindi la dipendenza è tale quando “la maggior parte del tempo e delle energie vengono spesi nell’utilizzo della rete, creando in tal modo menomazioni forti e disfunzionali nelle principali e fondamentali aree esistenziali, come quella personale, relazionale, scolastica, familiare, affettiva”[1]. La dipendenza da internet, come tutte le altre è una dipendenza che non può fare del bene all’essere umano. Però come c’è una soluzione per le dipendenze di sostanza, c’è anche per le dipendenze da internet. I primi sintomi che si manifestano sono l’ansia e la depressione perché il soggetto tende a preoccuparsi troppo della sua immagine e di ci conseguenza a quello che pensano gli altri di lui, quanti like riceve, quante risposte positive ottiene. Una volta pubblicato qualcosa controlla ossessivamente l’avanzare della sua apparizione. Altro sintomo è che non si dorme bene la notte semplicemente perché, guardando tutto il giorno i dispositivi il cervello si attiva. Questa attività si prolunga durante la notte impedendo al soggetto di dormire serenamente. Per non parlare di quante persone si svegliano la notte per controllare il cellulare. Esiste anche una nuova sfumatura della dipendenza che si chiama “FoMO” ovvero “Fear Of Missing Out”, che tradotto significa “la paura di essere tagliati fuori”. I giovani d’oggi hanno paura che non essendo connessi a internet, il resto del mondo li escluda perché sono irrangiungibili virtualmente e quindi, per esempio, non gli viene comunicato che c’è una festa il giorno dopo[2]

1.3 L’origine della dipendenza.

Gli essere umani sono animali sociali, hanno bisogno di relazionare con altre persone, molto spesso si muovono in gruppo. Con questa modernità abbiamo la possibilità di relazionare anche virtualmente, ma sarebbe bello che questa virtualità porti poi allo stare insieme fisicamente senza paure. Come se la virtualità fosse un ponte per la realtà e non per l’idealizzazione informatica dell’essere. Purtroppo davanti a qualsiasi dipendenza, l’essere umano cade, ma se la dipendenza è un campanello d’allarme in questa epoca, è perché la società è sregolata. Di partenza questa società è malsana e non crea un habitat abitabile per nessuno. Da chi è composta questa società? Se si è formata tanta dipendenza dal momento in cui è apparso internet, è perchè qualcosa non funzionava nella società delle generazioni precendenti. Semplicemnte perché la società precedente ha dei trascorsi storici che hanno portato allo sviluppo e moltiplicazione rapida di tante debolezze umane di cui è compito trovarne una soluzione, la psicologia e la medicina. L’uomo di conseguenza ha cercato di scappare da questa instabilità, rifugiandosi nel futuro dell’internet. Poi come tutte le cose ha creato i suoi squilibri, ma non è mai esistito un mondo perfetto, non credo che domani all’improvviso sarà tale. La soluzione ideale sarebbe di sensibilizzare il mondo in generale alla cura e alla pace della mente, invece che ridere del prossimo che va regolarmente dallo psicologo dicendo che è pazzo. Tutti dovremmo avere diritto ad un sostegno psicologico in modo tale da individuare le insicurezze, le debolezze, le sofferenze e così facendo si andrà incontro ad una società più pulita ed equilibrata, e chissà, magari meno crudele e più amabile. Una volta risolte queste lacune, sarà sempre più difficile trovarsi davanti al rischio di qualsiasi dipendenza e non solo, ma si risolverebbero tanti altri problemi. Se un ragazzo avesse un autostima normale, senza crisi di inferiorità e di incertezze di fronte ad un altro essere umano, probabilmenre non avrebbe nessun problema a uscire con i suoi amici e conoscere e affrontare gente nuova senza nascondersi dietro ad un social.

Notate bene che il problema non è la tencologia in sé, perché, come ho ripetuto più volte in questo testo, la tecnologia è una cosa molto utile se utilizzata con il giusto equilibro. È una risorsa potente che merità di essere valutata come una rivoluzione positiva. Spetta all’uomo cambiare prima dentro di sè.

Perché dare colpa ad un oggetto inanimato? Questo oggetto inanimato è stato costruito dall’uomo e i contenuti di internet sono stati scritti e progettati dall’uomo. Di conseguenza di chi può essere la colpa? La colpa è dell’uomo che inserisce contenuti di un certo tipo e ne fa un uso scorretto. È una catena viziosa che nasce e finisce con l’uomo. L’oggetto inanimato è solo il mezzo. Quindi si deve cambiare a partire dalla società, non dalla tecnologia.

Conclusioni

Attraverso una educazione precisa sulla tecnologia e internet, l’uomo piano piano sarà abituato a filtrare le notizie con rapidità senza essere vittima di errori, fraintendimenti, dipendenze, cambi di identità. Saprà usare la tecnologia con il giusto equilibrio, imparando a dedicare il giusto spazio al mondo virtuale e al mondo reale. Come per tutte le cose ci vuole pazienza e bisogna lavorare su ognugno di noi. Le teorie de filosofi di cui abbiamo parlato, sono teorie di persone fobiche di internet. Ormai il processo di internet è nato e continuerà ad andare avanti sviluppandosi sempre di più. Di conseguenza non potremo andare avanti prendendo sempre il lato negativo della cosa. Qui si presentano molti lati positivi, e se ci sono dei lati negativi è perché la società non ha mai risolto i suoi problemi interni con o senza internet. Questi grandi filosofi danno la colpa a quello che è internet e la tecnologia, mentre si può dare la colpa, andando in fondo verso la radice, all’uomo e alle sue debolezze. Questo rifugio tecnologico potrebbe aiutare le persone dal momento in cui queste facciano un uso appropriato della tecnologia. In che modo? Partendo dall’educazione alla tecnologia sin da quando si è piccoli e non solo, ma anche rendendo coscienti i giovani dei vari rischi e dei problemi. Devono saper riconoscere quando c’è un problema e di conseguenza devono essere anche capaci di poterlo risolvere anche chiedendo aiuto agli specialisti.

È già arrivato il momento in cui la tecnologia aiuta l’uomo, e man mano che la storia si costruisce, la tecnologia fa sempre più parte di essa. La sua è una rivoluzione molto importante che scatena rivolulzioni di altro tipo come quella culturale.

Non bisogna avere paura di essa, ma semplicemnte bisogna saperla usare e dosare.

E come disse Albert Einstein: “Un giorno le macchine riusciranno a risolvere tutti i problemi, ma mai nessuna di esse potrà porne uno”[3].

 

[1] Guest, Nuove tecnologie, nuove dipendenze: internet gaming disorder, in “State of mind”, 25 Novembre 2016, http://www.stateofmind.it/2016/11/dipendenza-da-internet/, (consultato il 20 marzo 2018).

[2] Enrico Marro, I cinque sintomi di “dipendenza” da social media, in “il Sole 24 Ore”, 23 maggio 2017, http://www.ilsole24ore.com/art/tecnologie/2017-05-22/i-cinque-sintomi-dipendenza-social-media-173648.shtml?uuid=AEcHIzQB, (consultato il 20.03.2018)

[3] Citazione attrbuita ad Albert Einstein senza fonti sicure.

L’educazione e la tecnologia

Capitolo 3

L’educazione e l’esperienza dei giovani

1.1 La tecnologia nelle scuole.

Chi ancora non ha capito che la tecnologia deve avere uno spazio fisso nelle scuole e non solo, è rimasto in dietro nel tempo e non accetta quello che sarà il futuro ostacolandolo. La tecnologia è molto importante. Essendo fonte di conoscenza, cultura, divertimento e non solo, ma anche essendo una risorsa che aiuta a migliorare la qualità delle nostre vite, direi che è il caso di mandarla avanti e per farlo bisogna saper educare, come ho già detto in precedenza, le persone già dalla tenera età, introducendo le tecnologie negli asili e nelle scuole. Questo non significa che i ragazzi staranno tutto il tempo attaccati allo schermo. Come viene dedicata una ora a storia, una a educazione fisica, sarebbe utile e fruttuoso dedicare una ora alla tecnologia: imparare come è fatta dalle fontamenta base della tecnologia, hardware, software, per poi passare alla costruzione grafica dei dispositivi, e soprattutto insegnare come si fanno delle ricerche e capire quando una informazione è falsa o quando è perfettamente attendibile. Una volta che il mondo sarà educato a queste conoscenze, sicuramente il rapporto uomo-tecnologia prenderà una piega molto interessante.

1.2 Rifkin e la cultura.

Il nostro già citato Rifkin afferma che la nostra società è lontana dalla cultura, definendo quest’ultima una risorsa principale per il futuro[1]. Che la cultura sia importante, non lo mettiamo in dubbio e io dico che da parte dell’uomo non si è mai smesso di ricerclarla. Con la tecnologia non si è lontano dalla cultura, ma, anzi siamo più vicini considerato che le informazioni sono costantemente a nostra disposizione. Bisogna solo abituarsi al nuovo modo di fare e ricevere cultura. Non si può rimanere sempre al libro, ai volantini, alle comunicazioni radio ecc. Ci si evolve e adesso la cultura si fa, si costruisce, si distribuisce attraverso internet, prendendo in considerazione anche che è accessibile a tutti. Quando inventarono la televisione ne capirono il suo potenziale e tutt’ora si stanno scoprendo tecniche di mercato importanti per lo sviluppo economico. La stessa cosa sta succedendo con internet che rapidamente si sta evolvendo. La unica differenza molto importante tra internet e la televisione, per esempio, è che con la televisione puoi scegliere entro un certo numero di canali che ti propinano le cose. Con internet cerchi ciò che ti interessa e fai una selezione più dettagliata delle informazioni che vuoi ricevere (o dare). Quindi bisogna solo capire che con l’andare avanti della storia umana, conoscendo sempre di più il nostro futuro, bisogna saper accettare i cambiamenti di modalità di assunzione e scambio della cultura. Qualsiasi nuova tecnologia ha sempre diviso in due l’umanità: le persone che apprezzavano e usavano l’oggetto cogliendone subito i vantaggi, e ler persone diffidenti che risultano essere nostalgiche del passato e criticano la nuova tecnologia, non pensando tra l’altro che ormai è stata creata e messa in commercio e che il futuro inizia da quel momento. Una volta iniziato, è impossibile fermarlo.

1.3 La comprensione a livello mondiale e l’indebolimento delle culture locali.

Secondo gli studi di Rifkin, con internet è aumentata la comprensione tra i popoli a livello mondiale, ma si sono indebolite le culture locali[2]. Ma questa comprensione tra i popoli a livello mondiale non causa niente di male, anzi. Avendo una conoscenza più completa del mondo in generale, la gente ha la tendenza a viaggiare di più in quanto è incuriosita dalla informazione che ha ricevuto. Quindi viaggiando di più, la cultura aumenta. Ma non solo. La conoscenza generale del mondo ci porta ad accettare le culture degli altri, a condividerle, a imitarle e questo porta a ogni singolo uomo a essere più vicino alle altre culture eliminando casi di violenza raziale, per esempio. È vero che imitando le altre culture, quelle popolari vanno man mano scomparendo perché sono contaminate da quelle nuove. Ma perché avere paura della evoluzione? Il termine evoluzione significa anche questo, perdere delle tradizioni e acquisirne delle altre. Se dovessimo conservare tutte le tradizioni dai tempi dei tempi, probabilmente adesso staremmo sacrificando esseri umani per il Dio della prosperità. Perché si deve avere paura del cambiamento?

[1] Jeremy, Rifkin, L’era dell’accesso: la rivoluzione della New Economy, Oscar Mondadori, Milano 2009.

[2] Jeremy, Rifkin, L’era dell’accesso: la rivoluzione della New Economy, Oscar Mondadori, Milano 2009.

Gli effetti di Internet sulla identità

Capitolo 2

Effetti sulla identità

Il concetto di identità è un concetto molto discusso a partire dalla seconda metà del ‘600 quando John Locke ha scritto il Saggio sull’intelletto umano definendo l’anima come una capacità dell’uomo di essere capaci di capire che si rimane sempre se stessi attraverso lo scorrere del tempo e dell’esperienza[1]. O altrimenti possiamo dire che l’identità è un insieme di svariate etichette più o meno ampie che ci permettono di distinguerci l’uno dagli altri. Tutti noi ne abbiamo una e alcuni di noi abbiamo paura che, come nei film, ci rubino l’identità per commettere atti poco legali. Ma secondo uno studioso in particolare, abbiamo permesso che la nostra identità ci venisse rubata semplicemente accendendo qualsiasi schermo. Zygmunt Bauman, sociologo e filosofo polacco dalle origine ebraiche (19 Novembre 1925 – 9 Gennaio 2017) ha affrontato più volte e con le idee molto chiare il tema del consumismo dando origine a termini nuovi nel mondo della filosofia e non solo, come “società liquida”.

Nel libro Vita liquida scritto nel 2009[2], Bauman analizza il concetto di perdita d’identità affermando che per riacquisire l’identità ai tempi d’oggi, è necessario comprare l’ultimo oggetto uscito come l’ultimo i-Phone. È vero che acquistare un oggetto tanto desiderato rende felici chiunque, ma possiamo anche dire che questa caratteristica non è applicabile solo agli ultimi decenni, bensì da sempre si prova un certo entusiasmo quando arriva qualcosa di nuovo in casa. Chiedete l’entusiasmo dei vostri nonni quando hanno comprato per la prima volta la televisione. Erano molto felici. Però Bauman afferma che le persone si sentono realizzate quando cedono al consumismo e sempre meno trovano soddisfazione nelle esperienze. Ovviamente questa teoria si può applicare solo nel momento in cui una persona è compulsiva e ossessionata dalla tecnologia e in più ha qualche problema nel dare la priorità ai propri sentimenti. Però è vero che se una persona compra l’ultimo modello di smarthphone, quella persona si sente più completa. Perché il consumatore definito da Bauman “liquido”  è sempre più insoddisfatto poiché una volta che esce in commercio l’ultimo prodotto, subito dopo ne esce un altro che fa sentire inutile il prodotto appena comprato ormai già vecchio. È un circolo vizioso e una volta che si entra dentro, è difficile uscirne. Ma non temete, c’è sempre una speranza. Come il concetto di identità, anche noi dobbiamo prendere coscienza non solo di noi stessi ma anche di ciò che c’è attorno a noi e di come le masse tendono a manipolarci. Infatti è sufficiente rendersi conto di quando un acquisto è compulsivo o ha la sua funzione e il suo scopo. Se quando vedete la pubblicità del nuovo prodotto avete la voglia irrefrenabile di comprlarlo, probabilmente fate parte della società liquida. Che si può fare? Ragionate su ciò che possedete già e su ciò che vi propone il mercato. Davvero avete bisogno del riconoscimento facciale automatico nello smarthphone per avere accesso a tutte le funzionalità? Avete già il riconoscimento dell’impronta digitale, non credo che sia necessario spendere più di mille euro solo per questo. Se poi vi rendete conto che i nuovi prodotti vi possono aiutare a migliorare le vostre prestazioni a lavoro e quindi aumentano il vostro guadagno e la vostra salute, allora siete liberi di fare i vostri acquisti. Bauman, quindi, propone come soluzione l’informazione costante e la liberazione della ignoranza, in modo tale da essere coscienti di come il mondo manipola le persone solo per guadagnare. Le uniche persone che non sono affette da questa ignoranza sono i poveri, semplicemente perché le persone che si possono considerare ricchi hanno la possibilità di comprare qualsiasi cosa, mentre loro non possono perché sono frenati economicamente. Di conseguenza il povero risulta essere più umano ma anche più frustrato perché non può comprare come fa il ricco. Secondo il filosofo, dunque, ormai l’identità nella società liquida è diventata un privilegio che viene ottenuto solo dal consumatore liquido ricco, ossessionato dall’acquisto. Ma così significa eliminare la speranza nel genere umano. L’uomo in realtà non è totalmente negativo, e non è neanche uno zombie che cammina per la strada guidato da uno smarthphone, anzi. L’uomo ha sempre l’etichetta “amore”, “natura”, “hobby”, “passione” che fa parte della propria identità. Semplicemente ne ha aggiunto una che è legata alla tecnologia e alla sua compulsività commerciale. Più si va avanti nel tempo e più cose scopriamo, più cose vengono create e quindi più etichette saranno disponibili. L’uomo vive circondato dal tutto di cui fa parte, lo vive e ne prende dei vantaggi, ma tra tutti questi esiste anche la nuova etichetta che, se vissuta e manifestata con moderazione, non farà mai del male a nessuno. Una volta che si crea una etichetta nella storia delle identità umane, non la si può eliminare, bisogna solo saperla usare e anche accettare.

[1] Locke John, Saggio sull’intelletto umano, Bompiani, Milano 2009.

[2] Zygmunt Bauman, Vita liquida, Laterza, Bari, 2009.

Come è cambiata la comunicazione – incontro con Jeremy Rifkin

Capitolo 1

Come è cambiata la comunicazione?

Dicono che la comunicazione prima di Internet e degli smarthphone era molto più selettiva: non si comunicava con molte persone, però le poche con cui si parlava, si faceva una chiacchierata di qualità. Non che ora non si facciano, però si tende ad usare il telefono per dire qualsiasi cosa, quindi si può dire che la comunicazione è decisamente cambiata. Adesso usiamo per lo più Whatsapp ed è vero che lo usiamo, non per dire solo le cose essenziali, ma anche per farci compagnia durante il giorno, e sembra quasi impossibile anche solo pensare che una persona non entri in contatto virtuale con qualcuno nell’arco di un giorno intero. È un messaggiare frenetico che distoglie dalla realtà in cui siamo nel momento in cui messaggiamo, ma non è solo colpa di Whatsapp, esistono applicazioni come Facebook o Instagram che tendono a isolarci molto. Su questo argomento si è soffermato molto spesso Jeremy Rifkin, filosofo americano che ama studiare l’impatto che gli studi scientifici e tecnologici hanno sulla economia, sulla società e sull’ambiente. L’uomo giusto per noi.

Rifkin si lamenta dell’uso del cellulare da parte della massa[1]. Una massa che supera i 5 miliardi di persone[2]. Nel mondo siamo più di 7 miliardi, ciò significa che qualcuno non ce l’ha. È una massa che esclude l’altra: i due terzi che possono permettersi di pagare l’accesso e il rimanente che a malapena si paga il cibo per mangiare. Ma le persone che possiedono uno smarthphone o addirittura due o che sono dentro il mondo della tecnologia più moderna e sono sempre più aggiornati, rischiano severamente di andare in contro a situazioni gravi che secondo Rifking potrebbero essere senza ritorno. L’uso della tecnologia, lo smarthphone specialmente, porta all’isolamento poiché quando lo si usa, per esempio al bar con gli amici o a tavola con i parenti, si tende a non ascoltare gli altri. Con la mancanza di comunicazione e di interazione con le persone nel mondo reale, quindi senza la comunicazione diretta, vi è una calo della creatività perché siamo in stretto contatto con uno schermo[3] che non ha espressioni facciali, non ha un tono di voce, e non ha uno corpo, calore, movimenti, gestualità. Tutto ciò impoverisce la nostra mente clamorosamente. Questo avviene soprattuto quando l’uso del telefono è troppo frequente, quasi patologico. Il profilo di una persona normale e sana, sa riconoscere perfettamente quando è il momento di stare in compagnia delle persone reali, e quando può utilizzare il telefono e rispondere alle persone virtuali. Il tutto sta nella capacità di capire il grado di importanza della situazione. Quindi la teoria di Rifkin è giusto applicarla quando ci sono persone che affrontano determinate forme di disagio a partire da sempre, come persone che hanno sempre avuto problemi sociali, o casi di timidezza insormontabili, o magari qualcuno sta al telefono a tavola con i familiari semplicemente perché ha una situazione familiare che non le piace e per scappare da questa situazione, usa il telefono e si isola. La teoria esposta da Rifkin ha per me senso solo se applicata su casi specifici. Questi casi di fronte ad una tecnologia così potente, in realtà non sanno come usarla semplicemente perché vedono in quella teconlogia uno schermo protettore che fa da filtro alle troppe emozioni, gradite o non gradite. A volte si arriva a punti che sembrano quasi di non ritorno come quando si sviluppa la “nomofobia”, ovvero “no-mobile-phone” più la parola “phobia”. È la patologia del secolo di cui molti soffrono; i suoi effetti principali sono quelli di provare ansia, dolori al petto, attacchi di panico e tante altre cose spiacevoli qualora il telefono dovesse spegnersi, o non dovesse avere credito o peggio ancora, qualora il telefono dovesse andare perduto[4]. Molti studi dicono che questa patologia è uguale alla dipendenza da droghe e da alcool[5]. Ciò significa che, come tutte le dipendenze, anche questa si scatena perché c’è una certa predisposizione per via dello status sociale, di problemi personali, o anche lo stress. Come in tutte le cose, io dico che l’adulto deve insegnare al bambino l’utilizzo equilibrato della tecnologia, considerato che le nuove generazioni stanno nascendo già con il telefono in mano. C’è bisogno di una educazione innovativa per i “nativi”. Insegnare ai bambini non solo l’uso e non l’abuso della tecnologia, ma anche a vivere nella società. Perché questo problema della nomofobia ha portato a galla una questione che tutt’ora viene trascurata, ovvero la sensibilità delle persone e di quanto possano essere comuni i problemi sociali e di quanto possono essere deboli gli esseri umani. La percentuale è molto alta, talmente alta che può essere arrivato il momento giusto di reagire con una buona istruzione ed educazione all’elettronico.

1.1 La creatività

Rifkin ha anche detto che attraverso l’uso del telefono vi è anche una perdita clamorosa della creatività. Su questo non sono per niente d’accordo. Semplicemente il concetto di creatività sta subendo una trasformazione. Più che la creatività in sé, è l’ispirazione che viene trovata in un altro posto. Prima si scolpivano statue che riproducevano miti d’amore, si scrivevano frasi e poesie per una donna o per una battaglia, una terra lontana, ecc. Tutt’oggi funziona così, nulla è cambiato. L’amore è un sentimento impossibile da eliminare, come disse il caro vecchio Dante, l’amore “move il sole e l’altre stelle”[6]. Semplicemente l’ispirazione si trova anche grazie a internet e alla tecnologia perché tutto il mondo condivide le proprie opere d’arte in qualsiasi social, perciò l’arte è accessibile a tutti. Internet ci ha permesso di essere informati sull’arte di qualsiasi parte del mondo in pochi secondi, e quindi di conoscere e identificarsi in qualsiasi corrente. Non solo ma esistono correnti artistiche che fanno parte solo del web come la “net.art”. Quasi sta sparendo la divisione delle correnti artistiche per via territoriale, perché se due persone che vivono in parti opposte del mondo, si identificano per stile o per idee in una stessa corrente artistica, la possono creare e chiunque può parteciparvi e sarà una corrente che non si localizza una zona dell’Europa, per esempio, bensì tutto il mondo. Morale della favola, anche internet, oltre alla vita reale è motore della creatività e dell’ispirazione. E se poi la creatività si sfoga su un materiale fisico e non solo digitale, possiamo dire che in questo caso internet aiuta a sfogare il lato reale di se stessi donando all’artista appagamento, soddisfazione ed enfasi della creatività, e magari all’umanità intera una scultura in più da ammirare nelle piazze.

[1] Jeremy, Rifkin, L’era dell’accesso: la rivoluzione della New Economy, Oscar Mondadori, Milano 2009.

[2] 7,5 miliardi: nel mondo ci sono più sim che persone, in “wired.it”, https://www.wired.it/mobile

/smartphone/2017/03/01/sim-ericsson-report/, (consultato il 19 marzo 2018).

[3] Jeremy, Rifkin, L’era dell’accesso: la rivoluzione della New Economy, Oscar Mondadori, Milano 2009.

[4] Nomofobia, in “ESC, diagnosi e cura dalle dipendenze da internet”, http://www.escteam.net/nomofobia/, (consultato il 19 marzo 2018).

[5] Amanda Arena, Nomofobia: quando la dipendenza da smarthphone diventa patologica, in “L’indro”, 30 novembre 2017, http://www.lindro.it/nomofobia-quando-la-dipendenza-da-smartphone-diventa-patologica/, (consultato il 19 marzo 2018).

[6] Dante Alighieri, Divina Commedia, Foligno, 1472.

Avete paura di Internet!

Capitolo 1

1.1 Vita senza internet

Chi si ricorda come eravamo senza Internet? E senza la tecnologia? Nel giro di quasi 30 anni sono cambiate un sacco di cose, immaginiamoci nel giro di un secolo. La tecnologia ha sempre aiutato l’essere umano, a partire dalla preistoria, a rendere la propria vita più comoda e facile. Vi immaginate cosa sarebbe successo se non avessero inventanto la ruota? La storia sarebbe sicuramente andata diversamente. Essendo una costruzione e invenzione dell’uomo, la tecnologia non può esistere senza l’uomo stesso, ma noi ci chiediamo: come avrebbe vissuto l’uomo senza essa? Probabilmente saremmo spariti dopo neanche 2000 anni della evoluzione all’homo sapiens sapiens.

Attraverso l’ingegno umano siamo arrivati a sviluppare delle tecnologie sempre più raffinate e non scordiamoci che sono talmente importanti per l’essere umano che ci sono state pure rivoluzioni in relazione a loro. Attraverso la tencologia, abbiamo sviluppato branche della scienza molto importanti come la medicina, o abbiamo raffinato tecniche di varie professioni e produzioni di oggetti altrettanto utili per la vita. Non voglio parlarvi della storia della tecnologia, per quanto possa essere interessante, non è il momento di parlare di questa. Però l’uomo si è accorto che man mano che la tecnologia si sviluppa e si evolve, anche la storia umana si sta accelerando. Gli ultimi 30 anni probabilmente sono stati gli anni più veloci della storia a livello di rapidità di sucessione dei fatti accaduti. Questo è dovuto soprattutto dall’uso di Internet attraverso le nuove tecnologie come smarthphone, computer, tablet e chi più ne ha, più ne metta. Internet ha causato una vera e propria rivoluzione tecnologica e non solo: ha rivoluzionato il rapporto che c’è tra l’essere umano e la tecnologia. La cosa che rivoluziona di più di internet stesso è l’informazione che può essere a disposizione di chiunque rapidamente. È sufficiente dire “ok, Google” in presenza del proprio telefono e, senza toccare un tasto, si apre il mondo intero tra le tue mani. Hai bisogno di sentire i tuoi amici per uscire? Nessun problema, esiste Whatsapp che ti permette di cercarli in tempo reale, che siano a mezzo metro da te o distanti dall’altra parte del mondo. Il messaggio arriva rapidamente, e altrettanto rapidamente arriva la risposta. Puoi anche lavorare su internet, fare dell’arte, leggere un libro, dimagrire, puoi fare qualsiasi cosa. Non sto esagerando quando dico che hanno già inventanto strutture intere come una casa che sembra normalissima, ma no: attraverso una connessione internet questa è capace di fare qualsiasi cosa, dall’aiutarti in una ricerca, ad autopulirsi. Qualcuno ha ancora voglia di sapere come si viveva prima? Potete chiedere ai vostri genitori o ai vostri nonni ricevendo molto probabilmente una risposta nostalgica dei tempi senza internet. Nostalgica, ma questo accade semplicemente perché molto probabilmente non sanno sfruttare al cento per cento le potenzialità del web e della tecnologia moderna. È come chiedere a una donna poco più in là del 1907[1] come si viveva senza lavatriche elettrica. C’erano donne che non si fidavano del marchingegno spaventoso che mai e poi mai avrebbe potuto lavare le lenzuola meglio di loro, e continuavano ad andare al fiume e passare tutta la giornata sfregando tessuti con il sapone; e poi c’erano le donne che hanno comprato una lavatrice elettrica e hanno smesso di avere problemi di schiena, durante la giornata potevano fare tante cose e le mani secche non erano più un problema. C’è a chi piace e a chi no. Ma prima di parlare male o di avere una considerazione negativa della cosa, o di qualsiasi cosa è sempre giusto farsi prima una idea, informandosi e magari provando con le proprie mani l’oggetto indicato. Sembra quasi che il mondo sia spavetato dall’evoluzione.

1.1 Tecnologie che hanno cambiato il mondo.

Ci sono delle tecnologie che non sempre risultano essere utili, anzi spesso vengono dimenticati nel giro di poche settimane. Ma ci sono alcune tecnologie che lasciano il segno, che sopo averle scoperte non è possibile farne a meno. Questo accade perché probabilmente hanno la capacità di risolvere un problema che in qualche modo ferisce l’uomo o necessita di uno sforzo notevole da parte dell’uomo. Negli ultimi 15 anni abbiamo avuto una evoluzione molto importante della tecnologia, molto più forte del campo della scienza e della medicina.

È ovvio che la tecnologia la maggior parte delle volte aiuta le ultime due discipline, ma non solo, perché il dato delle tecnologie, a grande sorpresa, ha risolto molti problemi come la comunicazione a distanza che è migliorata del 76%, ha semplificato la vita di tutti i giorni con un dato molto importante del 86% e in più ha risolto problemi di vario tipo per il 72%[2]. Stiamo parlando di tecnologie come il cellulare, che ormai si chiama Smarthphone, capace di connettersi con il mondo intero. Lo smarthphone è l’evoluzione del vecchio cellulare grande quanto un libro che già iniziava a circolare negli anni ’80 e poche persone lo utilizzavano. Poi è diventato sempre più piccolo e si iniziava a capire che potere aveva questo oggetto ancora troppo primitivo. Piano piano siamo passati dal fare una sempliche chiamata senza fili, ad ascoltare musica con un dispositivo che ti fa chiamare, videochiamare a velocità e qualità impressionanti, e ti tiene in contatto con il mondo come vuoi e dove vuoi pagando minimo 15 euro al mese. Nessuno riesce a farne più a meno.  Esiste il World Wilde Web o più conosciuo come www. È diventata la nostra realtà parallela che ci permette a grandi velocità di fare qualsiasi cosa ma soprattutto di renderci costantemente informati nel momento in cui ne abbiamo bisogno senza dover appuntare su un pezzo di carta cosa si desidera cercare e aspettare il momento per andare in biblioteca e fare le ricerche. Molte volte capitava che le persone, non sapendo una cosa, non si mettevano il problema di dover andare sino alla biblioteca per trovare una soluzione, per questo ignoravano allegramente la problematica. Il Worl Wilde Web invece aiuta a rendere accessibile a chiunque qualsiasi informazione, in questo modo la gente risulta essere anche molto più acculturata e informata. A tal proposito, Internet ci regala piattaforme come Wikipedia che è il primo sito consultato quando si fa una ricerca e, pensate, è totalmente costruito da volontari. Abbiamo la stampante 3D che nel campo artistico, e nel mondo dell’ingegneria e soprattutto in quello della medicina, è fondamentale. Pensate delle protesi costruite perfettamente su misura in qualche ora. Posso anche parlarvi del dolente tasto dei libri elettronici, ma non solo, di tutti i media digitali che ti permettono di collezionare musica, film, e libri in un semplice dispositivo attraverso cui puoi ascolare, leggere e guardare film e video. Dico che il tasto è dolente perché qui si dividono ben due schiere di persone: quelle nostalgiche che amano il profumo delle pagine e le righe dei vinili, e quelli che si sono modernizzati e preferiscono avere più spazio in casa senza la libreria, non tagliare gli alberi per fare un libro che magari non ti piace, e spendere meno soldi nell’acquisto del materiale. Voi di che fazione fate parte? Immaginate già dove mi schiero io, ma gli scienziati cosa ne pensano? Sono spaventati da questa tecnologia o cavalcano la rapida onda?

[1] Wikipedia, Lavatrice, 12 Febbraio 2018, https://it.wikipedia.org/wiki/Lavatrice, (consultato il 19 marzo 2018).

[2] Questi dati sono tratti dal sondaggio, realizzato dalla rivista Vanity Fair nel 2016. Cfr Laura Scafati, Le dieci invenzioni che hanno cambiato la nostra vita, in “Vanity Fair”, 20 gennaio 2016, https://www.vanityfair.it/lifestyle/hi-tech/16/01/19/invenzioni-che-hanno-cambiato-la-vita, (consultato il 19 marzo 2017).

 

 

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